Il titolo previsto in un primo momento
dagli organizzatori per il mio intervento era il seguente: Analisi dello
scontro tra coscienza civica europea e poteri europei. Ma in che misura
possiamo parlare, oggi, di una 'coscienza civica europea'? E che cosa
dobbiamo considerare esattamente come 'poteri europei'? Prendendo deliberatamente
in contropiede un certo numero di discorsi trionfalisti tenuti oggi
dai governi, dalle stesse istituzioni europee e da una parte dei commentatori
politici, mi propongo di difendere qui l'idea 'pessimista' secondo la
quale l'Europa si sta avvicinando attualmente a un punto di 'impossibilità':
e questo richiede una presa di coscienza, delle proposte, delle iniziative.
Su quali elementi si basa l'idea diffusa che, malgrado gli ostacoli
e gli episodi regressivi (crisi della mucca pazza, divergenze sulle
modalità di allargamento dell'Unione a nuovi paesi, sull'armonizzazione
della fiscalità ecc.), la costruzione europea segua il corso
previsto e superi persino tappe decisive?
Essenzialmente sulla progressione dell'integrazione monetaria, amministrativa,
più di recente militare e sull'istituzione dei corrispondenti
organismi sovranazionali. La diagnosi opposta che intendo formulare
non si basa sull'idea che le strutture politiche sovranazionali o 'post-nazionali'
sarebbero impossibili o indesiderabili in quanto tali: al contrario,
parte dall'idea che sono assolutamente necessarie, ma che questa necessità
si sta scontrando con blocchi interni ed esterni che non sono ancora
stati superati, e che per di più vengono costantemente rimossi.
Questa negazione pesa molto sul
circolo vizioso che gira attorno alla questione della 'coscienza civica'
in Europa. Gli effetti della guerra dei Balcani - tra i quali bisogna
annoverare l'istituzione di un protettorato euro-statunitense su una
serie di paesi della zona balcanica, l'incoraggiamento dato al terrorismo
di Stato russo ecc. - sono rivelatori di questa situazione, che ha però
radici più antiche e profonde. A mio parere, rivelatore del tipo
di 'crisi' nella quale ci troviamo e dei mezzi impiegati per fermarla,
per renderla impercettibile, è il grado quasi nullo della circolazione
delle idee, delle proposte, dei dibattiti tra 'intellettuali'
europei, al di là dei circoli di esperti. Di conseguenza, tutto
ciò frena lo sviluppo di una 'sfera di opinione pubblica' europea,
senza la quale non c'è democrazia (non soltanto non c'è
democrazia rappresentativa, ma non c'è democrazia tout court).
Certo, ci sono eccezioni, che si rivelano quindi molto preziose: qualche
gruppo di ricerca comparata sulle forme della crisi dello Stato sociale
in Europa, e quindi sulle forme nazionali della protezione sociale e
delle trattative tra capitale e lavoro, cerca di colmare lo scarto tra
le 'culture sindacali' e di rimediare al disequilibrio delle forze tra
padronato e movimento operaio in Europa; qualche tentativo (ancora più
raro) viene fatto a livello delle organizzazioni non governative (Ong)
per coordinare le riflessioni e le iniziative di azione umanitaria nei
Balcani, o di difesa del diritto d'asilo nello spazio Schengen. Ma,
di fronte a ciò, non esistono veri partiti politici europei (in
particolare a sinistra), ma solo gruppi di pressione comuni a Bruxelles
e a Strasburgo. Non esistono riviste o giornali europei 1. Non ci sono
compagnie teatrali o società di spettacolo europee e gli 'scambi'
in questo settore non si sono approfonditi o addirittura sono regrediti
dopo la fondazione del Théâtre de l'Europe da parte di
Jack Lang e Giorgio Strehler.
Poiché non credo che in questo campo ci si possa accontentare
di illusioni, vorrei cercare di analizzare un po' più nei dettagli
le forme e le cause di questo blocco, contro il quale si scontra l'aspirazione
di molti di noi a una nuova cittadinanza, che non dovrebbe più
restare chiusa nei limiti della sovranità nazionale né
paralizzata dalla crisi attuale. Questa analisi verrà sviluppata
attorno a quattro temi: a. la questione dello Stato, del popolo e della
'Costituzione' in Europa; b. il problema della cittadinanza sociale;
c. l'unità e la divisione dell'Europa; 4. immigrazione e diritto
d'asilo: il dilemma 'cittadinanza o apartheid' in Europa.
Lo Stato, il popolo e la 'Costituzione' in Europa
La costruzione dell'Europa come entità politica nuova presuppone
l'invenzione di una forma di Stato pluralista - chiamata federale o
confederale - che va oltre l'antitesi tra la 'sovranità nazionale',
diventata ampiamente fittizia, e un 'egemonismo continentale' senza
base popolare. Presuppone che la 'mondializzazione' venga percepita
non soltanto come un insieme di vincoli esterni, come un quadro economico
e tecnologico a cui la politica cerca di adattarsi in modo più
o meno efficace, ma come un processo di civiltà aperto, suscettibile
di evolvere in direzioni molto composite, a cui i popoli europei, nella
diversità delle rispettive culture e condizioni sociali, partecipano
come protagonisti. Per fare ciò è senza dubbio necessario
che questi stessi popoli siano in grado di immaginare, di rappresentarsi
un'azione comune: c'è quindi bisogno di ideologie o di 'miti'
(nel senso dato da Sorel al mito mobilitante). Ma, più in profondità,
è necessario che emerga un concetto di 'Costituzione europea'.
A questo proposito, però, sembra che i giuristi restino prigionieri
dell'alternativa tra le discussioni sulla forma costituzionale (la normatività
giuridica, il potere legislativo e vincolante delle diverse 'fonti'
del diritto gerarchizzato nell'Europa attuale) e i dibattiti metafisici
sul 'potere costituente' conferito dalla legittimità popolare
(dietro il quale si aggira sempre lo spettro della rivoluzione o della
dittatura); apparentemente, non sono capaci di immaginare né
un concetto 'allargato' di Costituzione, alla Montesquieu: regime politico-sociale,
insieme storico non gerarchizzato di diritti individuali e collettivi,
forme di rappresentanza, di istanze di potere o di decisione; né
un concetto 'evolutivo' alla Gramsci, una Costituzione che sia contemporaneamente
un principio di apertura delle istituzioni alla loro trasformazione,
al loro proprio superamento.
Tutto ciò rinvia probabilmente a una stessa causa, che è
la profonda diffidenza nei confronti della partecipazione e dell'intervento
popolare, ciò che altrove ho chiamato il 'timore delle masse',
che viene giustificato facendo riferimento alla loro volubilità,
o alle possibilità di conflitto violento che potrebbe celare
un intervento da parte loro. In ogni caso, non sfuggiremo a un lungo
dibattito sulla forma e il posto dello Stato in Europa, che accompagnerà
la trasformazione delle istituzioni stesse e lo sviluppo dei conflitti
a cui ciò darà luogo. Per il momento, questo dibattito
è in primo luogo falsato dai miti relativi alla 'sovranità',
ma non bisogna dimenticare gli effetti perversi di una dimensione democratica
formale (o che tende a conservare soltanto il formalismo, vuotandosi
dei contenuti che lo giustificano: la cittadinanza attiva e le sue pratiche
collettive) e di una burocrazia proliferante. C'è molta burocrazia
oggi in Europa, ma non c'è uno Stato nel senso di istituzione
'politica': una struttura di decisione, di rappresentanza, di amministrazione
pubblica secondo i criteri dell'interesse generale. Ora, ci sono buone
ragioni per stabilire uno stretto collegamento tra l'idea di sovranità
popolare, cioè di una direzione degli affari comuni da parte
delle masse popolari, e l'istituzione politica statale; ma è
del tutto mitico credere che gli Stati nazionali abbiano conservato
i mezzi per riunire, da soli, le condizioni di una gestione 'sovrana'
dei problemi sociali, economici, culturali da cui dipendono la vita
quotidiana e l'avvenire delle generazioni. In realtà, siamo di
fronte a uno scarto flagrante tra i poteri reali (che non sono nulli,
ma limitati) e le pretese o i miti, che contribuiscono a chiudere le
prospettive della costruzione democratica in un'alternativa ristretta
tra sovra-nazionalità o dissoluzione delle entità nazionali
da un lato, e dall'altro restaurazione pari pari delle prerogative dello
Stato-nazione, o più precisamente dei più potenti Stati-nazione,
un tempo forti del loro ruolo imperialista nel mondo (ciò che
a volte in Francia è chiamato 'sovranismo').
Dal momento in cui ci arrendiamo
alla seguente doppia evidenza - nessuna pratica collettiva della politica
senza strutture pubbliche (quindi statali), nessuna struttura pubblica,
o Stato, in Europa, senza uno sviluppo della pratica politica comune
(insomma, nessuna 'politica senza politica', che è invece il
sogno di ogni burocrate che vorrebbe sostituirla con le trattative,
la gestione e la fabbricazione del 'consenso') - tutte le questioni
tradizionalmente legate all'idea di sovranità (e persino questa
stessa idea) devono essere ridiscusse: popolo e nazione, Costituzione
e democrazia, amministrazione e rappresentanza. Non ho la pretesa di
farlo qui, ma vorrei attirare l'attenzione su una questione di principio
che è decisiva dal mio punto di vista.
Ho parlato di proposito di uno 'Stato pluralista'. Si tratta di far
funzionare una pluralità di livelli di organizzazione e di partecipazione,
di moltiplicare di conseguenza le istanze di sovranità (a questo
proposito sottolineo per inciso che questa idea non è poi così
'anti-giacobina' come si potrebbe credere: difatti, troppo sovente vengono
confusi giacobinismo e tradizione napoleonica di centralizzazione amministrativa
assoluta). Ma si tratta anche di rendere compatibili tra loro, per ogni
cittadino, una pluralità di riferimenti culturali (linguistici,
religiosi, professionali). Se affrontiamo i problemi da questo angolo,
la questione dell''identità europea', regolarmente brandita come
arma politica (per esempio quando si tratta di sapere dove devono essere
tracciate le 'frontiere dell'Europa' che precludono in anticipo le possibilità
di apertura, in particolare verso est e sud-est) appare come un falso
problema, o piuttosto come un problema che non ha altro contenuto oltre
alla risoluzione delle questioni pendenti relative alla cittadinanza
democratica. Ma, evidentemente, per istituire questo pluralismo delle
'appartenenze' non è possibile riprendere come tale nessun modello
storico o ideale esistente di costruzione dello Stato e della cittadinanza,
anche se è possibile riflettere su alcune esperienze passate
(in particolare quelle delle federazioni e degli imperi 'multinazionali'
e 'multiculturali'). Bisognerà proprio inventarne uno di sana
pianta, sulla base delle forze esistenti, delle tradizioni democratiche
dei diversi paesi europei, e sulla base della stessa soluzione dei problemi,
che proprio perché irrisolti portano alla crisi attuale.
Questa forma di Stato vedrà la luce (e sarà anche solo
immaginata) se, rispetto alle 'Costituzioni' degli Stati nazionali attuali,
corrisponde a un progresso della cittadinanza democratica e non a una
regressione o a un allontanamento dal suo oggetto iniziale. Per questo
motivo sono convinto che è assolutamente irrealista rappresentarsi
la costruzione politica europea secondo lo schema 'verticale' che prevale
attualmente. Deve essere chiaro che la costruzione statale è
soltanto possibile attraverso la costituzione di un 'popolo europeo'
che serva da referente, sia in termini di legittimità che in
termini di potenza politica reale. In mancanza di ciò, avremmo
a che fare soltanto con uno statalismo sovrapposto alle coalizioni degli
interessi nazionali, che suscita manifestazioni di rigetto nella stessa
misura in cui estende il controllo sulla società.
Ma perché non c'è un 'popolo europeo' in costruzione,
salvo sotto la forma di germi limitati e preziosi, in alcune iniziative
culturali e intellettuali o nella fragile convergenza di movimenti associativi?
Perché si può avere la sensazione che, paradossalmente,
questo processo di formazione di una 'sfera pubblica' che sia all'altezza
delle sfide della politica mondializzata non solo non sia progredito
ma sia addirittura regredito da una decina di anni a questa parte?
Questo non avviene perché delle 'identità nazionali' tradizionali,
e come tali insuperabili, vi opporrebbero un ostacolo assoluto, visto
che questa contraddizione effettiva fa parte dei dati del problema,
e non deve essere considerata come immobile; ma avviene per ragioni
specificamente politiche, che ci rimandano all'incapacità collettiva
di determinare se la costruzione europea costituisce un progresso o
una regressione della cittadinanza in Europa. Bisogna tentare di dare
a questa alternativa, o crisi latente, una configurazione più
concreta, evocando alcuni dei suoi punti di maggior rilievo. Ne esaminerò
tre, che mi sembrano decisivi e la cui sovrapposizione produce un effetto
cumulativo: la questione della cittadinanza sociale in Europa, quella
della divisione del continente europeo in zone di accesso ineguale all'autodeterminazione
dei popoli, infine quella dello sviluppo rampante di un apartheid europeo
legato al modo in cui vengono trattate le questioni dell'immigrazione
e del diritto d'asilo.
Il problema della cittadinanza sociale
Il modello di cittadinanza che si è tendenzialmente sviluppato
nel corso del XX secolo in Europa occidentale (se non stabilizzato dappertutto)
non è rimasto quello di una pura cittadinanza politica, fondata
sulla rappresentanza delle correnti di opinione e degli interessi su
scala locale e nazionale. Ha parzialmente incorporato nella teoria (a
livello di testi costituzionali che parlano di diritto all'esistenza
e di repubblica sociale) e soprattutto nella pratica (attraverso strutture
di regolazione dei conflitti, di partecipazione, di cogestione degli
organismi di previdenza ecc.) un certo numero di diritti sociali fondamentali,
il cui complesso
costituisce ciò che è stato chiamato una 'cittadinanza
sociale'. Bisogna però sottolineare che quest'ultima è
stata istituita nel quadro del rafforzamento dell'equazione 'cittadinanza-nazionalità'
e di una concezione esclusivamente nazionale della sovranità
(per non parlare della 'preferenza nazionale' di fatto: sappiamo che
su questo punto, grazie alle lotte del movimento operaio, ci sono eccezioni
non trascurabili). Però nessuna cittadinanza sociale europea,
corrispondente all'estensione dei diritti sociali e delle possibilità
di intervento del movimento sociale nella regolazione dell'economia,
è per il momento in vista. Senza dubbio ciò dipende dal
fatto che la questione della cittadinanza sociale viene oggi presa nella
morsa della protezione dei diritti acquisiti minacciati dall'ultra-liberismo
('protezione della protezione', in qualche modo, che può trasformarsi
in protezionismo) e della lotta contro l'esclusione (che Robert Castel
descrive come fenomeno massiccio di allontanamento dalle strutture organizzative,
legato alle trasformazioni della società del lavoro dipendente:
a un tempo, limiti del controllo sociale che ha permesso di costruire
l'edificio della protezione sociale, di rendere autonomo l'individuo
e liberarlo dall'insicurezza cronica, e riproletarizzazione di interi
gruppi sociali nel quadro della mondializzazione economica) 2. È
su questa questione, lo sappiamo, che si costruisce la divisione interna
alla 'social-democrazia' europea. È certamente significativo
che il dibattito avvenga all'interno della social-democrazia, piuttosto
che nel 'conservatorismo europeo'. Ma purtroppo una via d'uscita non
è in vista: un regime di assistenza ai poveri organizzato su
scala europea non è né pensabile né auspicabile;
un completo smantellamento dei regimi di sicurezza sociale sarebbe sinonimo
di esplosioni politiche (non necessariamente a sinistra, e questo è
il rischio dei 'populismi' europei); una ripresa dell'iniziativa pubblica
legata al riconoscimento istituzionale dei 'movimenti popolari' su scala
europea, che viene chiamata neo-keynesismo o altrimenti, non è
ancora suscettibile di raccogliere forti consensi: le sue grandi linee
non sono neppure tracciate.
Per questo motivo insisto molto qui sulla necessità dell'iniziativa
dal basso: la funzione cruciale dell'unità del sindacalismo Europeo,
l'importanza della comunicazione tra i movimenti di difesa e di rinnovamento
della cittadinanza sociale (che abbiamo visto delinearsi nel dicembre
'95 e in altre circostanze), l'importanza delle convergenze tra rivendicazioni
di diritti culturali e di protezione della qualità della vita.
La 'cittadinanza sociale', quando, a condizione di rispettare certi
rapporti di forza, è stata messa in pratica, non è mai
stata completamente incorporata alla 'Costituzione' degli Stati-nazione,
neppure di quelli maggiormente sviluppati economicamente e più
avanzati dal punto di vista democratico; non è stata pensata
dappertutto negli stessi termini (fa parte talora delle contrattazione,
alle volte dell'assistenza, dell'amministrazione e della società
civile). Sostenere che la costruzione europea dipende dalla possibilità
di inscrivere nella 'Costituzione europea' un progresso sul fronte della
cittadinanza, significa giustamente sottolineare la seguente alternativa
radicale: o l'Europa istituisce la cittadinanza sociale su basi più
solide e più ampie, oppure, prima o poi, diventa impossibile.
È giustamente in questa prospettiva (e non in quella di 'beneficiare'
delle forme più avanzate di liberismo) che i popoli dell'Est
hanno fatto la 'rivoluzione del 1989': cosa che mi porta direttamente
al punto seguente. L'unità e la divisione dell'Europa Questo
problema ha molteplici aspetti, cristallizza una lunga storia di differenze
sempre suscettibili di trasformarsi in antagonismo, e in un certo senso
potremmo dire che la caratteristica propria dell'Europa è che
ognuna delle sue regioni storiche contiene ancora altrettante cause
di divisione del continente tutto intero. Ma è chiaro che nella
congiuntura attuale e ancora per lungo tempo, la questione che dominerà
tutte le altre è quella delle conseguenze della divisione storica
che, dopo il '45 e per mezzo secolo, ha tagliato in due il continente
europeo, e del modo in cui questa condizione è finita (se possiamo
dire, effettivamente, che sia finita). è quindi, se vogliamo,
il problema dell''Europa dopo il comunismo'.
Torno qui, in breve, su ciò che avevo avuto l'occasione di sviluppare
tempo fa 3: non soltanto la 'costruzione europea' nella sua forma istituzionale
attuale, come ammettono tutti gli storici e gli analisti seri, è
'figlia della guerra fredda' 4, ma lo scontro (politico, sociale, economico,
spirituale), il quadro della divisione dei 'due campi' (prima forma
contemporanea della mondializzazione, non dimentichiamolo), erano in
realtà due concezioni di 'progetto europeo'. C'è stata
una 'Europa dell'Est' e non soltanto una 'Europa dell'Ovest'. E oggi
cominciamo a riscoprire - in particolare nel quadro delle riflessioni
sulla persistenza degli ostacoli a una reale unificazione tedesca -
che l'Europa dell'Est, per quanto dittatoriali e regressive siano state
le sue forme politiche, aveva anche una propria 'cultura', una propria
'società civile'.
A questo riguardo, il paradosso della situazione dopo il '90 (di cui
cominciamo a prendere coscienza, a causa della crisi russa, degli sviluppi
della guerra civile nella ex Jugoslavia in una interminabile deriva
sanguinosa, del 'malessere' della Germania Est, ecc.) è che abbiamo
trattato finora gli effetti del crollo del 'totalitarismo' come se in
Europa ci fosse stata una sola società, come se il 'socialismo
reale' fosse stato un sistema immaginario (e non soltanto anti-democratico,
contraddittorio o fallito). Di conseguenza, il crollo del sistema socialista
di tipo sovietico all'est dell'Europa non ha generato nessun progetto
di unificazione delle parti storiche del continente e di cooperazione
tra loro nella prospettiva di uno sviluppo comune. Si è piuttosto
tradotto in una continuazione delle strutture della 'guerra fredda',
come se si trattasse della 'vittoria' di un sistema su un altro, cosa
che comporta l'imposizione di una gerarchia di rapporti clientelari
fra Stati. Le manifestazioni estreme di questa dominazione 'post socialista'
sono, lo si vede bene, fenomeni di semi-colonizzazione e di 'containment'.
Più precisamente, abbiamo
lasciato che si insediasse un sistema a vari cerchi: il primo è
quello dell'Europa 'vera', per contrasto con l''Europa esterna' che
chiede ancora di essere 'europeizzata' 5. Quest'ultima, a sua volta,
è divisa in zone di integrazione economica, semi-politica (paesi
'candidati a entrare nell'Unione europea', visto che l'obiettivo è
di mantenere il più a lungo possibile il differenziale nei salari,
gestendo contemporaneamente l'integrazione delle strutture politiche),
zone di 'colonizzazione interna' (i Balcani: non soltanto, ormai, il
Kosovo, ma una vasta zona intorno, che include l'Albania e il grosso
dell'ex Jugoslavia); infine una zona di capitalismo predatore (a vantaggio
di chi va la crisi russa? Dove vanno i fondi stornati dal Fmi?). Questa
suddivisione si basa sulle vicissitudini della storia recente, ma anche,
più insidiosamente, sull'idea che alcuni popoli per natura o
per cultura storica non sono 'maturi' per la democrazia: ma come giudicare
se vengono rifiutate loro le condizioni essenziali? Non si può
che generalizzare all'insieme delle relazioni tra l'Ovest e l'Est dell'Europa
la constatazione disincantata dello storico britannico Timothy Garton
Ash a proposito dei rapporti tra le 'due Germanie' formalmente unificate:
"sono stupefatto e costernato dall'atteggiamento neo-colonialista
dei tedeschi dell'Ovest nei confronti dei loro compatrioti. È
una sorta di colonialismo interno"6. Il risultato di questo tipo
di logica è appunto la ricerca di una impossibile 'identità
europea' come identità normativa, esclusiva, chiusa, accanto
alla prevedibile moltiplicazione dei problemi di sicurezza (polizia,
esercito, frontiere, militarizzazione dell'Europa, in modo da mantenere
l'ordine all'interno e ai confini). Anche in questo caso, la sola soluzione
in prospettiva è un progetto molto chiaro di integrazione di
tutti i paesi e di tutti i popoli dello spazio europeo in uno stesso
territorio di cittadinanza di ispirazione 'cosmopolita', ma con sistemi
decentralizzati dell'amministrazione moderna. Questo diritto, che
tradurrebbe la volontà di liquidare le conseguenze di ottant'anni
di 'guerra civile continentale', intrecciata alle 'guerre mondiali'
e alle 'politiche dei blocchi', deve essere proclamato senza equivoci,
anche se le modalità della sua applicazione saranno progressivamente
negoziate e realizzate. Bisogna uscire dal paradosso costituito dalla
creazione in Europa di un 'imperialismo subalterno' (che non ha neppure
i mezzi per realizzare questa politica).
Immigrazione e diritto d'asilo: cittadinanza o apartheid in Europa
Un ultimo ostacolo - e non il minore
(particolarmente acuto in Francia, ma il problema è generale)
- intralcia la costituzione di un 'popolo europeo': si tratta del fatto
che la cittadinanza europea, anche nei limiti dell'Unione attualmente
esistente, non venga concepita come un riconoscimento dei diritti e
degli apporti di tutte le comunità storicamente presenti sul
suolo europeo, ma piuttosto come un isolamento post-coloniale delle
popolazioni 'autoctone' rispetto a quelle 'allogene'. Questo, come contraccolpo,
espone la comunità allo sviluppo di irrigidimenti delle diverse
identità, secondo il modello di mutuo rafforzamento dei nazionalismi
e dei comunitarismi (ivi compresi i comunitarismi 'laici', 'repubblicani',
ecc.), che la mondializzazione favorisce.
Per questo motivo attribuisco un'importanza particolare al fatto che
venga messa in luce e affrontata collettivamente la questione della
diffusione dell'apartheid in Europa, cosa che va di pari passo con le
istituzioni formali della cittadinanza europea e che, in prospettiva,
costituirà un elemento decisivo del blocco della costruzione
europea come costruzione democratica. Non ignoro certo i problemi che
può porre il ricorso alla parola apartheid. Perché non
accontentarsi di analizzare l'insieme delle strutture di discriminazione
che sussistono in ogni paese, in particolare per quello che riguarda
l'accesso alla cittadinanza, ogni volta secondo
modalità storiche e giuridiche specifiche?
La mia risposta (sempre la stessa, tutte le volte che ho affrontato
la questione 7) è che la costruzione europea introduce un cambiamento
qualitativo, sia nel registro simbolico che nella realtà istituzionale.
Lo status di 'cittadino europeo', che finora ha costituito soltanto
un riferimento impreciso, comincia ad acquisire un contenuto effettivo
(diritto di voto, ricorso di fronte a comuni giurisdizioni di appello,
che sotto certe condizioni hanno preminenza rispetto ai tribunali nazionali,
status internazionale del civis europeanus materializzato da un passaporto
comune, accesso a servizi sociali e culturali comuni, per esempio per
quello che riguarda le borse di studio, ecc.). Ma il fatto che, rispetto
agli individui, questa 'cittadinanza' venga definita (secondo il Trattato
di Maastricht) come la semplice somma delle cittadinanze nazionali dei
paesi membri dell'Unione, trasforma la posizione dello straniero. In
ciascun paese, in particolare, non è (teoricamente) che un cittadino
di un altro Stato sovrano, che gode quindi di una 'appartenenza' equivalente,
che è oggetto di mutuo riconoscimento.
Ma un immigrato 'extra comunitario', nell'Unione istituita da poco,
diventa un emarginato all'interno della società. Le esclusioni
'nazionali', totalizzandosi su scala europea, cambiano oggettivamente
di significato: la 'cittadinanza europea' si presenta ormai come un
meccanismo che include determinate popolazioni storicamente presenti
nello spazio europeo, respingendone altre che, in maggior parte da lunga
data, contribuiscono anch'esse allo sviluppo della 'società civile'
del nuovo spazio politico. Gli stranieri (in particolare i lavoratori
immigrati, o coloro che chiedono asilo) sono diventati dei second class
citizens, generalmente stigmatizzati a causa delle loro origini etniche
e delle caratteristiche presupposte delle loro culture, sottoposti a
sorveglianza speciale per le entrate e le uscite, il soggiorno e le
attività svolte.
L'esclusione, è facile constatarlo, riguarda sia le popolazioni
del 'Sud' legate all'Europa da circuiti più o meno antichi, più
o meno legali, di reclutamento della manodopera, sia l'ammissione selettiva
dei popoli dell'Est e del Sud-Est europeo nella 'comunità'. Come
ho affermato più sopra, è ormai chiaro che i diversi meccanismi
di esclusione dalla cittadinanza, ma di inclusione nell'economia, in
particolare per sfruttare le differenze di livello di vita e di salario,
costituiscono caratteristiche strutturali, 'gestite' in funzione delle
congiunture interne ed esterne. Un paragone implicito con l'apartheid
sudafricano non è quindi privo di senso. Non ha solo una funzione
di provocazione. Dobbiamo arrivare addirittura ad affermare che, nel
periodo storico che ne ha visto la scomparsa in Africa, questo regime
sta ricostituendosi in Europa? Il paragone non spiega tutto, avremmo
potuto pensare a molte altre situazioni di ineguaglianza istituzionale
(in particolare a quella che, negli Stati Uniti, è a lungo sopravvissuta
all'abolizione ufficiale della schiavitù): ma ciò che
suggerisce l'impiego del termine 'apartheid' è il processo di
formazione di una popolazione resa inferiore (nei diritti, quindi anche
nella dignità), tendenzialmente sottomessa a forme violente di
controllo 'in nome della sicurezza', che deve vivere in permanenza 'ai
margini', né assolutamente all'interno né totalmente all'esterno,
come se gli 'immigrati' dell'Est e del Sud avessero lasciato dietro
di sé (ma per ritornarvi periodicamente, o per inviarvi le risorse
necessarie a uno 'sviluppo separato' o per tentare di farvi vivere le
loro famiglie) l'equivalente degli homelands sudafricani di un tempo
(di qui l'estrema importanza e la sensibilità al problema del
ricongiungimento familiare e dei 'diritti sociali' per le famiglie immigrate,
non a caso uno dei bersagli privilegiati della propaganda xenofoba).
In altri termini: ciò che Catherine de Wenden ha giustamente
chiamato "la sedicesima nazione europea" resta disperatamente
esclusa dalla costruzione di una cittadinanza in Europa: abbiamo ricreato
i 'meteci', se non addirittura gli 'iloti'! 8
Sarebbe ingenuo pensare che lo sviluppo
di un tale razzismo istituzionale in Europa non avesse nessun rapporto
con il processo di 'mondializzazione' in corso, che invade sempre più
lo spazio europeo 9. Credo più giusto vedervi un doppio effetto
di proiezione delle caratteristiche generali della nuova gerarchia mondiale
dei poteri, delle possibilità di sviluppo e dei diritti personali,
e di reazione alla mondializzazione, ritenuta portatrice di un pericolo
mortale per le culture storiche dell'Europa. Questa inclusione differenziale
dell'Europa (e dell'apartheid europeo) nel processo di mondializzazione
spiega come, sempre di più, come altrove nel mondo, la figura
tradizionale del nemico esterno venga sostituita da quella del nemico
interno (o meglio ancora dall'invasore malefico - alieno - infiltrato
tra di 'noi'). Rimanda a un'economia della violenza mondiale che, già
da uno o due decenni, si è profondamente trasformata (e, con
ogni evidenza, aggravata, al punto che sono ora poche le regioni o i
regimi politici, che, rispetto a essa, possano assolutamente considerarsi
luoghi di rifugio, anche se sarebbe arbitrario confondere situazioni
diverse).
Conclusioni
Sono brevi. La congiunzione di questi
diversi fattori spiega il mio relativo pessimismo. Vorrei tuttavia essere
ben compreso sul
seguente punto: ciò che qui chiamo 'pessimismo' rimanda anche
alla celebre frase di Romain Rolland, ripresa e popolarizzata da Gramsci,
"pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà".
La situazione in cui ci troviamo e che ho cercato di descrivere
senza compiacimenti significa che non sono i discorsi pietosi sulla
'coscienza civica' che possono permettere di rilanciare il processo
democratico su scala europea. Non pensiamo che l'Europa verrà
fatta 'dall'alto', ma non lasciamo neppure l'iniziativa dei movimenti
e degli interventi 'dal basso' (o trasversali, 'civili', 'sociali')
in mano alle forze anti-europee o euro-conservatrici (vale a dire in
particolare che dobbiamo prendere molto sul serio sia i movimenti 'populisti'
come quelli che crescono in Francia, in Italia, in Austria, in Svizzera,
nella Fiandre, alla ricerca di una formula 'né a destra né
a sinistra' che finalmente funzioni, sia le combinazioni 'rosso-brune'
a cui dà luogo il crollo del comunismo storico). Questa situazione
designa - dall'università al sindacalismo, dalla questione dell'apertura
delle frontiere a quella dei diritti civili degli immigrati - alcuni
campi di lavoro sulla cittadinanza, che sono altrettante aree di riflessione
collettiva e di lotta. È il senso dell'internazionalismo oggi:
conferire loro il massimo di chiarezza e di intensità, in modo
da riaprire le prospettive storiche e politiche.
Etienne Balibar è professore di filosofia politica e morale
all'Università di Nanterre (Paris X) (traduzione di Anna Maria
Merlo) note: * Il testo deriva dall'intervento conclusivo pronunciato
da Balibar, a Parigi, alla sessione autunnale dell'Università
della Lega dei diritti dell'uomo. 1 Durante la discussione che ha fatto
seguito alla conferenza, mi è stato obiettato su questo punto
che esistono numerose edizioni straniere di "Le Monde Diplomatique":
mi correggo volentieri su questo punto, ma sottolineo che le traduzioni
o gli adattamenti non sono per nulla l'equivalente di una redazione
multinazionale. 2 Cfr. Robert Castel, Les métamorphoses de la
question sociale. Une chronique du salariat, Fayard, 1995 (nuova edizione,
in Folio, Gallimard, 1999). 3 E. Balibar, L'Europe après le comunisme,
in Les Frontières de la démocratie, Ed. La Découverte,
1992. 4 Cfr., per esempio, Bino Olivi, L'Europe difficile. Histoire
politique de la communauté européenne, Folio Gallimard,
1998. 5 Cfr. il testo di Ismaël Kadaré, "Le Monde"
17 aprile 1999: Il faut européaniser les Balkans. 6 L'Europe
de l'Ouest a raté une extraordinaire opportunité, intervista
con Timothy Garton Ash, "Libération", 2 novembre 1999.
7 Cfr. in particolare E. Balibar, Une citoyenneté européenne
est-elle possible?, in: Droit de cité. Culture et politique en
démocratie, Editions de l'Aube, 1998; Le
droit de cité ou l'apartheid, in E. Balibar, M. Chémillier-Gendreau,
J. Costa-Lascoux, E. Terray, Sans-papiers: l'arcahïsme fatal,
Editions La Découverte, 1999. 8 Cfr. Catherine Wihtol de Wenden,
La citoyenneté européenne, Presses de la Fondation nationale
de sciences olitiques, 1997. 9 Cfr. Andrea Rea (a cura di), Immigration
et racisme en Europe, "Complexe", Bruxelles, 1998.
from: la rivista del manifesto
numero 12 dicembre 2000
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/12/12A20001220.html